Milano, 25 maggio 2010.
Dott. Andrea Camporese - presidente Inpgi - Roma
Caro Presidente, è con grande dolore e dispiacere che sono costretto, mio malgrado, a rassegnare le dimissioni da Consigliere Generale dell’INPGI, con effetto immediato.
Mi sembra ragionevole e rispettoso spiegarti le ragioni di questa mia decisione irrevocabile.
Appartengo a Stampa Democratica, una componente in cui – al mio arrivo - pensavo di aver trovato persone animate, solo ed esclusivamente, dal bene comune per la nostra categoria. E in effetti Franco Abruzzo, fondatore del movimento assieme a Walter Tobagi e a Massimo Fini, non mi ha deluso. Come non mi hanno deluso, Paolo Chiarelli o Mariagrazia Molinari, per anni dirigente trasparente, operosa e capace. Non posso che apprezzare persone come Claudio Scarinzi, collega irreprensibile e trasparente, pur nelle sue convinzioni diverse dalle mie. Escludendo questi dirigenti che ho elencato, ciò a cui ho assistito in questi ultimi mesi mi ha fatto riflettere.
Prima la cacciata di un gruppo di “dissidenti”(vogliamo chiamare così chi si permette di alzare la testa per tentare di dire la sua?) costituito da Mariagrazia Molinari, Paola D’Amico, Nicola Vaglia ed Andrea Montanari, poi il boicottaggio di Franco Abruzzo nella corsa alla presidenza dell’Ordine Lombardo. Colpevole, anche Abruzzo, di dire un po’ troppo spesso ciò che pensa, di informare la gente con le sue email, di dire “non sono d’accordo”.
Da qui la decisione, mia, di Abruzzo, di Gianni De Felice e Ottavio Rossani, di presentare, ad appena venti giorni dalle elezioni, una “Lista civica indipendente” alternativa a quelle di Stampa Democratica e Nuova Informazione, composta, solo ed esclusivamente, da colleghi senza esperienze sindacali e con tanto, tantissimo spirito di servizio e voglia di fare.
Il resto è cronaca di questi giorni: il nostro gruppo che si presenta e porta al ballottaggio 5 consiglieri su 6 disponibili al consiglio regionale professionisti. 7 consiglieri su 17 al nazionale professionisti, e 8 su 13 ai pubblicisti. Un miracolo. Un’onda anomala costituita da elettori stanchi del vecchio modo di gestire il voto. Un modo corrotto, autoreferenziale e fine a se stesso.
Nella notte tra lunedì e martedì, prima dello spoglio del “consiglio nazionale”, poi avvenuto oggi, ho ricevuto una telefonata di 40 minuti del capo di Stampa Democratica, Giovanni Negri, che mi chiedeva di fare un accordo per l’Ordine mentre ero in collegamento Skype con Franco Abruzzo. L’accordo consisteva nel far dimettere alcuni nostri candidati per far spazio in consiglio regionale a quelli esclusi appartenenti a Stampa Democratica. In cambio, la componente ci garantiva un pacchetto di voti per eleggere Franco Abruzzo presidente. Ho risposto di no, interpretando anche il pensiero di Abruzzo sulla questione. Ho detto che mai avremmo chiesto ai nostri candidati, che con tanto impegno si erano prodigati, di fare un passo indietro. Non era giusto, non era leale. Al limite, avremmo dovuto aspettare il risultato delle altre liste nazionali per vedere se avevamo, almeno in questo caso, una lista di candidati comune. Rispettando così la volontà degli elettori e la dignità di chi si era messo in gioco candidandosi.
Davanti al nostro no, Giovanni Negri di Stampa Democratica ha tentato di rilanciare il listone proponendo l’accordo con la coalizione che sostiene Letizia Gonzales, non riuscendo nell’impresa per il no deciso di Giuseppe Gallizzi e dello stesso Edmondo Rho.
Ai tempi sono stato portato dentro Stampa Democratica perché – si diceva – c’era bisogno di nuove leve e di aria fresca. Ma l’aria che si respira lì dentro è tutt’altro che salubre. Inciuci, giochi di potere, la ricerca spasmodica di una poltrona. Tutto ciò che i fondatori di Stampa Democratica, oltre ai “dissidenti”, hanno sempre combattuto. E’ per questo che ho deciso di lasciare il gruppo con cui sono stato eletto all’Inpgi e di dimettermi da Consigliere Generale.
Per quanto mi riguarda, anche lì all’Inpgi - non certo per colpa sua, signor Presidente, visto che è arrivato da poco - non si respira aria buona: rimborsi spese da capogiro, alberghi (nessun limite di spesa, solo un limite di categoria 4 stelle in una città come Roma dove certi hotel di quel livello costano anche 350 euro a notte), pasti profumatamente pagati al ristorante, la corsa spasmodica e disperata per tentare di entrare in commissioni per aumentare i viaggi a Roma e incrementare ancor di più diarie, rimborsi ristorante e taxi che vengono presi come se fossero noccioline da mangiare. Di più: non ho intravisto nei colleghi più anziani nessun tentativo di risparmiare nella scelta di tariffe aeree (con il biglietto “open” forse aumentano i punti “Mille miglia”?!) o del treno (sempre rigorosamente sul Freccia Rossa in 1a classe e con il salottino) . Che bisogno c’è di prendere un aereo a tariffa piena quando il Consiglio Generale viene programmato mesi prima. Non esistono i voli a basso costo con data e orario prefissati? Che bisogno c’è di prendere il taxi quando tutti gli eletti arrivano più o meno nella stessa ora nello stesso aeroporto? Non basterebbe noleggiare un pulmino ed andare tutti insieme? Non vado avanti in questa deprimente lista, anche se avrei certamente altre cose da dire.
Ciò che mi ha colpito di più il giorno del mio primo Consiglio lì a Roma è stato il voto all’unanimità (con una astensione) per aumentare il gettone di presenza e – mi pare – il rimborso pasto che ammonta già a 45 euro per il pranzo (oltre ai 45 euro per la cena).
Io non ci sto. Verso i contributi all’Inpgi. Faccio il cronista televisivo. Ho 39 anni, lavoro tanto, continuamente, con entusiasmo, passione e rigore morale. Tempo da perdere non ne ho. Ho cercato di trovare spazio nella mia vita lavorativa per dedicarmi ad una causa comune. La mia candidatura all’Inpgi voleva essere un’occasione per essere utile ai colleghi. Anche per questo non ho accettato, anzi, mi sono rifiutato di prendere parte alla spartizione dei posti in commissione. Prima di entrare, volevo fare esperienza almeno per la mia prima legislatura, guardandomi intorno, imparando, per avere qualcosa da dire. Sono stato guardato come un marziano o, al limite, come un ingenuo. Ho assistito alla lotta al coltello per entrare in queste commissioni. Sono stato silenzioso, ho guardato e mi sono fatto un’idea. Proprio per questi motivi avevo già pensato di dimettermi qualche mese fa, poi ho voluto andare avanti per vedere se la mia idea era corretta.
Organismi diversi, l’Inpgi e l’OdG, ma popolati sempre dalle stesse persone, controllate dagli stessi gruppi e occupati secondo la medesima logica: spartizione del potere, caccia ai gettoni di presenza e all’accaparramento di voli a tariffa piena, pasti in ristoranti rinomati e alberghi da mille e una notte. Tutto a scapito delle nostre future pensioni.
Purtroppo in questi ultimi giorni di campagna elettorale ho capito che esiste un filo conduttore che lega molti movimenti sindacali, che invece di pensare al benessere dei colleghi, pensano al proprio. Facendo accordi con il diavolo, pur di continuare ad occupare posti di potere e privilegio. La Lista Civica che con Franco Abruzzo e Gianni De Felice abbiamo messo in campo è una lista pulita, genuina. I giochi di potere sindacale stanno cercando di cancellarla, pur di impedire che lo spirito di servizio abbia il sopravvento su inciuci e magagne.
Il tentativo operato ieri da Giovanni Negri, affinché facessimo dimettere alcuni nostri candidati che si sono guadagnati i voti uno ad uno, per far spazio ai loro, non è slegato dal contesto di cui ho parlato in questa lettera a lei, signor Presidente. E’ paradigmatico di un modo di comportarsi in situazioni diverse, ma sempre con le stessa mentalità, ed è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: un atteggiamento immorale ed antidemocratico. Con questi dirigenti sindacali non si va da nessuna parte.
Ci vuole un ricambio deciso. I giovani e i colleghi di esperienza, le persone perbene in generale, non potranno mai riuscire ad ottenere il cambiamento con queste premesse.
Io rinuncio, perché è proprio la “forma mentis” che va cambiata. Da solo non posso riuscirci.
Almeno al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, grazie ad una decisione dell’allora presidente Franco Abruzzo, non si prendono gettoni di presenza.
Vedremo come andrà il ballottaggio dell’Ordine Lombardo e come certi sindacalisti tenteranno l’assalto alla diligenza. Se dovesse andar male, come sembra dalle alleanze spericolate che si stanno costruendo, se anche l’onda anomala di elettori non intruppati verrà arginata dalle barriere che certi signori del sindacato stanno erigendo, vorrà dire che non c’è proprio nulla da fare. Mai più mi candiderò. Tanto è inutile. Meglio continuare a lavorare e pensare al proprio. Sperando che poi la pensione arrivi.
Enrico Fedocci
Consigliere generale dimissionario dell’Inpgi