Il Sole 24 Ore12/1/2009 M&A. Lo ha confessato ieri Gerald Levin, allora alla guida del colosso dei media
«Aol-Time Warner deal peggiore del secolo». Dieci anni fa la catastrofica fusione da 350 miliardi. di Marco Valsania
NEW TORK. È passata alla storia come l'operazione peggiore del secolo, se non di tutti i tempi. A confessarlo, allo scoccare del decimo anniversario domenica scorsa, è stato uno degli stessi protagonisti della fusione tra Aol e Time Warner: Gerald Levin, allora alla guida del colosso dei vecchi media. «Mi scuso profondamente – ha detto in un'intervista alla Cnbc – per tutto il dolore e le perdite causate».
La prostrazione pubblica di Levin è in sintonia con la sua nuova identità. Adesso veste i panni di guru salutista, gestendo un centro olistico in California, il Moonview Sanctuary. Ma il suo giudizio di business è inoppugnabile: la parabola del merger dà ragione al pentimento. Quello che il 10 gennaio 2000 era stato presentato con grande fanfara come un evento storico, un deal dal valore complessivo di 350 miliardi di dollari, si trasformò ben presto in una catastrofe; simbolo, anzichè della new economy, degli eccessi speculativi su Internet e dei traumi in agguato nell'integrare culture diverse.
Il costo della fusione fallita è evidente ancora oggi: Aol è stata appena scorporata definitivamente da Time Warner, impegnata a reinventarsi quale fornitore di contenuti. La capitalizzazione di mercato sommata di entrambe le società è solo un settimo rispetto al momento della fusione. E nel frattempo la crisi del gruppo ha travolto posti di lavoro e risparmi pensionistici a non finire. Non sono mancati neppure gli scandali: inchieste della Sec e del Dipartimento della Giustizia su conti truccati a Aol per gonfiare entrate pubblicitarie.
Alla ferita tutt'ora aperta il New York Times ha dedicato una collezione di interviste con gli executive di allora. Si ritrova l'ottimismo sfrenato degli albori: quando Steve Case e Robert Pittman di Aol, a caccia di acquisizioni per sfruttare il potere d'acquisto del loro titolo in corsa sfrenata, corteggiarono Levin, che cercava partner per un futuro digitale. Un corteggiamento cominciato sul finire del '99 in luoghi inaspettati: le celebrazioni per il 50esimo anniversario della Repubblica popolare cinese a Pechino. E conclusosi, senza che filtrassero indiscrezioni, a casa di Case in Virginia.
I dissapori, però, non tardarano a gettare ombre sull'operazione: alti dirigenti di entrambe le aziende si opposero anche se senza esito. E l'esplosione della bolla delle azioni Internet in Borsa fu di pochi mesi dopo. Il nuovo gigante faticò inoltre a tenere il passo con l'innovazione: l'avvento delle connessioni online ad alta velocità scosse il dominio del servizio dial-up di Aol. Fioccarono accuse di errori e arroganza. E gli investitori denunciarono le crescenti perdite: Ted Turner, il fondatore di Cnn ai tempi il principale azionista individuale del gruppo, vide evaporare l'80% della sua fortuna, circa otto miliardi.
Il bilancio del matrimonio e divorzio tra Aol e Time Warner non è un esercizio accademico sul passato. Ancora aperto è il dibattito sulla lezione del merger dei disastri. Errori di esecuzione nel merger, conflitti di management e abitudini aziendali? O piuttosto un peccato originale, di scarse sinergie e incapacità di sviluppare nuove strategie per combinare vecchi e nuovi mezzi di informazione e comunicazione? L'ultima incognita, quella strastegica, è forse l'eredità oggi più attuale della saga: alla sua soluzione lavorano ancora i mass media americani e internazionali.
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