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A che punto è la vendita degli appartamenti dell'Istituto previdenziale dei giornalisti. Il 20 marzo, lunedì, scade la prima tranche di vendita, cioè il termine entro il quale indicare alla Sgr se si intende comprare (con il versamento del 3% dell’importo) o se si chiede di rimanere affittuari. Una storia italiana spiegata da Pierangelo Maurizio ("Comitato giornalisti inquilini Inpgi").


Roma, 17 marzo 2017 - Molti colleghi ci chiedono una sintesi chiara dopo tante e volutamente confuse chiacchiere: a che punto è la vendita delle case Inpgi. Cerchiamo di farlo, astenendoci il più possibile da commenti e polemiche. Con la delibera del 14 giugno 2016 il Cda dell’Inpgi ha dato l’avvio alla dimissione di buona parte del patrimonio immobiliare. Si tratta non di una decisione ma di una necessità inderogabile per lo sbilancio strutturale di 140 milioni di euro tra prestazioni obbligatorie e contributi obbligatori e per la previsione dell’azzeramento del patrimonio – cioè stiamo divorando quanto risparmiato da generazioni di giornalisti - entro il 2030 (fra 13 anni). La prima tranche di vendita riguarda 607 appartamenti. La dismissione viene eseguita dalla Sgr Investire di Banca Finnat (famiglia Nattino), la società che gestisce il Fondo “G. Amendola”, in cui è stato trasferito (quasi) tutto il patrimonio immobiliare.


La vendita avviene attraverso la sottoscrizione di una “proposta di acquisto irrevocabile” da parte dell’inquilino che si sobbarca unilateralmente tutti gli impegni (compreso il notaio unico scelto dalla parte venditrice). I prezzi di vendita fin dall’inizio delle “trattative”, ammesso che possano essere definite tali, da settembre sono apparsi – con poche eccezioni - del tutto fuori mercato, secondo tutti i sindacati e i comitati degli inquilini: “lunari” per il Siai; “operazione ignobile”, definizione del segretario nazionale del Sunia, Daniele Barbieri.


Il 29 novembre sindacati e comitati hanno presentato una proposta unitaria basata sui valori medi dell’Omi, l’Osservatorio delle Agenzie delle entrate, scontati del 30% in base alle consuetudini nelle dismissioni delle grandi proprietà anche private (banche, assicurazioni, ecc.). Il 19 dicembre la Sgr Investire ha risposto con una “controproposta” che apparentemente accoglie la richiesta di adottare i valori medi Omi come parametro ma con la curiosa “correzione” di “Scenari immobiliari”, uno dei tanti listini di parte; con lo “sconto” portato dal 20% al 26% ma rispetto a prezzi troppo alti.


L’unica eccezione di peso è Milano, dove i prezzi di vendita restano sempre fuori mercato, ma di fatto resi più abbordabili. Come? Grazie ad una “trattativa” molto particolare condotta dal Sunia e basata su un vecchio contenzioso che ha permesso di scontare anche i fitti versati in più rispetto all’equo canone, nei palazzi a suo tempo pagati dall’Inpgi 19 miliardi (lire) di troppo.


I sindacati hanno dunque proseguito – fermo restando il giudizio univoco sui prezzi “ignobili” - con una “trattativa” riservata sfociata in un accordo sulle cosiddette “tutele”. A questa trattativa non ha partecipato il Comitato Giornalisti Inquilini. Non perché siamo degli irriducibili ma perché: a) riteniamo che in questo modo si distolga l’attenzione dal problema di fondo, ovvero i prezzi di vendita troppo alti (che riguardano in prima battuta gli inquilini) e il reale valore del patrimonio dell’Inpgi (che riguarda in prima battuta l’Inpgi e tutti i suoi iscritti); b) le “tutele” ci sembrano tutt’altro che tutele.


Il 20 marzo, lunedì, scade la prima tranche di vendita, cioè il termine entro il quale indicare alla Sgr se si intende comprare (con il versamento del 3% dell’importo) o se si chiede di rimanere affittuari.


Una settimana fa – cioè con sei giorni per decidere -  le agenzie immobiliari incaricate da Investire hanno distribuito questi moduli con la richiesta da compilare sempre da parte degli inquilini per un “eventuale” rinnovo del contratto di locazione a discrezione della Sgr.


Al contrario delle assicurazioni pubbliche fornite dai sindacati nei giorni scorsi in senso contrario, appare questa clausola: L’eventuale rinnovo del contratto di locazione è comunque subordinato all’assenza di morosità e/o di pendenze giudiziarie di qualsiasi natura con l’Inpgi ed il Fondo e solo nel caso in cui l’immobile, a insindacabile valutazione da parte di Investire SGR, dovesse proseguire nella vendita”.  Cioè a chi non accetta di comprare a prezzi definiti “inaccettabili” anche dai sindacati, non è consentito cercare – vale anche per giornalisti e dipendenti dell’Istituto - di tutelare i propri diritti, pena trovarsi in mezzo alla strada. Riteniamo che tutto ciò non abbia a che fare con uno Stato di diritto, e il fatto poi che avvenga nella dismissione del patrimonio dei giornalisti e con l’assenso di organizzazioni sindacali (il Siai) legate direttamente al sindacato dei giornalisti, ci sembra stupefacente.


I giornalisti e i dipendenti Inpgi  hanno in teoria accesso automatico ad un “eventuale” nuovo contratto, sempre che non incorrano nella clausola “lista di proscrizione”. Chi non è giornalista o dipendente Inpgi per avere le “tutele” – cioè un nuovo contratto – deve rientrare in queste categorie: 1) reddito complessivo lordo annuo del nucleo familiare inferiore a 50 mila euro e fino ad un massimo di 60mila; 2) presenza di un portatore di handicap; 3) tutti i componenti del nucleo famigliare con più di 67 anni (!); 4) solo il titolare del contratto d’affitto con più di 67 e un reddito lordo famigliare complessivo fino a 60 mila euro (?).


E’ evidente che buona parte delle famiglie degli inquilini Inpgi – non giornalisti e non dipendenti - sono fuori. Si dovrebbe avere il coraggio di dire quante dovranno lasciare le loro case nei prossimi mesi e non fra “8 anni pieni”. La sottoscrizione della “richiesta” di rinnovo annulla i contratti in essere e non scaduti. In nessuna parte del modulo è precisato quale “eventuale” nuovo contratto sarà applicato, se a canone a libero mercato o a canone concordato. Siamo arrivati al paradosso che se gli alloggi del “nostro” Istituto, fossero affittati a canoni a libero mercato, questi sarebbero inferiori ai “canoni agevolati” che paghiamo attualmente. Si dovrebbe poi spiegare chi possa essere interessato a rimanere con affitti che sono la metà e oltre del proprio stipendio o la metà e oltre della propria pensione (a Roma 1.600, 1.800, 2.000 euro al mese). Quanto agli accordi firmati, i sindacati dovrebbero svelare il miracolo per cui – di proroga in proroga di “accordi” precedenti – i canoni Inpgi in questi anni sono aumentati anziché essere ricontrattati e diminuiti, come è universalmente avvenuto e come se le famiglie dei giornalisti e degli inquilini Inpgi non fossero toccate dalla più grave crisi economica del Dopoguerra.   


Il direttore generale dell’Inpgi, Maria Immacolata Iorio, in una videointervista autoprodotta ha dichiarato che i giornalisti anche inquilini sono, in fondo, solo “l’1% degli iscritti”. Evitando ogni ulteriore considerazione che potrebbe essere sgradevole, gli inquilini giornalisti, che nessuno ha tutelato e sta tutelando, attivi o pensionati, sono penalizzati tre volte:


In quanto inquilini che non possono acquistare a prezzi troppo alti; In quanto mediamente tra gli inquilini di più vecchia data e che hanno versato affitti onerosi per 25-30 anni; In quanto iscritti per legge all’Inpgi. Non ci pare infatti che con queste modalità possano essere raggiunti gli obiettivi per i quali si è detto di dover vendere gli immobili. E’ abbastanza chiaro?


Pierangelo Maurizio/COMITATO GIORNALISTI INQUILINI INPGI





 






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