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Stampa

INTERCETTAZIONI E RISPETTO DELLA PRIVACY. SCEGLIERE LE NOTIZIE SPETTA AL GIORNALISTA. L'EUROPA PRETENDE LIBERTÀ DI STAMPA

di CATERINA MALAVENDA*
Corriere della Sera 16.7.2014


Caro direttore, il Governo ha riaperto la questione delle intercettazioni, ponendola fra i dodici punti programmatici per la riforma della giustizia ed avviando una discussione con gli operatori della stampa, per individuare, tutti insieme, il giusto limite fra il diritto all'informazione e la tutela della privacy. Certo, l'argomento non è nuovo ed il Garante per il trattamento dei dati ha già fornito—e fin dal 2006—una risposta esauriente ed equilibrata, affidando saggiamente ai giornalisti, i soli a poterlo fare, il compito di selezionare e divulgare le conversazioni rilevanti, nel mare magnum di registrazioni, che quasi sempre accompagnano un'inchiesta importante e che inevitabilmente finiscono per coinvolgere terzi, estranei alle indagini. E non sempre le più interessanti sono quelle che attengono strettamente all'oggetto dell'inchiesta, perché spesso quelle intercettazioni disvelano aspirazioni segrete e non commendevoli, intrecci perversi, se pure non penalmente rilevanti, conflitti ed incompatibilità, raccomandazioni, favori, un uso strumentale del potere, profili che spesso interessano i cittadini assai più che la condotta di uno o più indagati.


E a volte risulta penalizzante, per una corretta e tempestiva informazione, persino attendere che quelle intercettazioni non siano più segrete—cosa che avviene quando l'indagato ne viene a conoscenza — mentre è certamente singolare non poterle pubblicare integralmente o per stralci neppure allora, esigendo il codice penale che diventi nota solo la loro sintesi non testuale. Lacci e lacciuoli che evidentemente non bastano a chi, governando, ancora oggi ritiene di doversi interrogare su cosa possa essere divulgato e su cosa, invece, debba rimanere ugualmente segreto ed immagina di poter aggiungere altre regole, concordate e non imposte, addirittura individuate con la collaborazione degli interessati, come se si invitasse il tacchino alla cena di Natale, chiedendogli la ricetta per approntarla. Che cosa potrebbero aggiungere gli addetti ai lavori, che non appaia una difesa della casta dei giornalisti e della loro pretesa impunità, a quanto il Garante ha già prescritto, quando li ha esortati ad astenersi dal divulgare conversazioni «su aspetti intimi e privati», tutelando la dignità di tutti e «i diritti dei terzi».


E quale sanzione ulteriore si potrebbe immaginare, quando è già prevista la reclusione, nei casi più gravi fino a tre anni, per il giornalista che tratti quei dati, al di fuori dei limiti, fissati dal codice deontologico della privacy? Varrebbe, perciò, la pena non solo di mantenere inalterato l'attuale quadro normativo, che sanziona anche severamente ogni violazione, ma anche di tendere un orecchio oltralpe, verso Strasburgo e la Corte europea, che sempre più spesso impartisce lezioni sulla libertà di stampa, sanzionando gli Stati membri che la comprimono eccessivamente e fissando principi che sembrerebbero ovvii, ma che evidentemente tali non sono per chi dovrebbe applicarli. La Corte di Strasburgo ha, infatti, condannato la Svizzera — che disciplina la materia in modo abbastanza simile a quel che avviene in Italia — per violazione dell'articolo 10 della Convenzione europea, avendo i giudici interni sanzionato un giornalista che, occupandosi di un grave incidente, aveva divulgato atti istruttori che erano stati secretati. Ha ricordato, infatti, ancora una volta, che i giornalisti hanno il diritto non solo di pubblicare tutte le notizie sulle indagini penali, di cui vengono in possesso, ma anche di scegliere le modalità con le quali farlo, le più efficaci per rendere le informazioni facilmente fruibili.


Il divieto assoluto — e tali sono quelli vigenti il Italia — di pubblicare atti di indagine e di farlo, adottando la tecnica più efficace, infatti, limita non solo il diritto ad informare, ma anche quello ad essere informati.


La sentenza — e sembrerà strano ai novelli censori — ha ritenuto l'ingerenza esercitata dallo Stato elvetico non necessaria in una società democratica, che deve tutelare soprattutto il fondamentale ruolo della stampa. Un ruolo che appare sempre più spesso ingiustamente sacrificato sull'altare della privacy a tutti i costi, anche se quasi ci si preoccupa di quella del comune cittadino. Un Paese in cui si è arrivati a processare per ricettazione, al pari dei veri criminali, i giornalisti che ricevono e usano documenti riservati, per divulgare informazioni importanti, quasi fossero televisori rubati, acquistati a metà prezzo, sostenendo che lo farebbero per profitto personale, sarà in grado di contenere l'ingerenza dello Stato entro i limiti auspicati o ancor meglio, imposti dall'Europa



*Avvocato esperto in Diritto dell'informazione






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