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DOCUMENTO approvato all’unanimità - “Il progetto gravemente dannoso per il pluralismo e la libertà di informazione, giacché mantiene intatto il duopolio Rai-Mediaset”
TV/Da Milano un segnale
forte e chiaro: il sindacato
lombardo dei giornalisti
contro la “lex Gasparri”


Il Consiglio Direttivo dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti, riunito nella sua sede di Milano il 23 febbraio 2004,


GUARDA con grande apprensione il progetto di legge sul riassetto radiotelevisivo (la cosiddetta Legge Gasparri) in discussione nelle commissioni parlamentari, ancora di più oggi, dopo l'approvazione di un decreto legge (il cosiddetto "decreto salvareti") che anticipa la filosofia della Gasparri stessa.


 


GIUDICA il progetto gravemente dannoso per il pluralismo e la libertà di informazione, giacché mantiene intatto il duopolio Rai-Mediaset. In particolare è grave l'insistenza dei promotori della legge di ampliare il perimetro del SIC, il Sistema Integrato delle Comunicazioni, comprendendo al suo interno servizi di ogni genere. E' bene ricordare che più il numeratore sale e più il limite antitrust è aggirabile. Il mercato italiano, è gravato da un anomalo conflitto di interessi, che verrebbe ancor più esasperato dalla possibilità concessa a Mediaset di fare shopping pubblicitario in Italia, magari annettendosi la raccolta pubblicitaria di Sky o addirittura comprando un gruppo della carta stampata.


E' grave che le telepromozioni - per qual che riguarda l'affollamento orario - non vengano considerate pubblicità. Per attirare nuovi clienti le telepromozioni hanno un ruolo chiave. Sono infatti le medie aziende quelle attirate da questa forma di pubblicità. Durante il complesso iter della
legge Gasparri è stato un emendamento a scorporare le telepromozioni dal tetto dell'affollamento pubblicitario orario, mettendo così fuorigioco un vecchio parere (contrario) del Consiglio di Stato. Già oggi sulle reti Mediaset nelle ore di punta, sommando telepromozioni e spot, l'affollamento
è stabilmente superiore al 25%. Le televendite, poi, non rientrano in questo
conteggio.


Il Consiglio Direttivo della ALG


 


SEGNALA una singolare coincidenza evidenziata dai dati Nielsen. Nel periodo gennaio - settembre 2003, la raccolta di Publitalia è salita del 2,2%, mentre la raccolta dell'intera carta stampata è calata del 2,2%. L'autorità Antitrust presieduta da Giuseppe Tesauro ha annunciato l'estate scorsa un'indagine sulla  pubblicità  tv che dovrebbe essere in dirittura d'arrivo. Nessun  soggetto  dovrebbe  raccogliere più  del  30%,  ma  Mediaset  è  già  oggi  attorno  a  valori  del  35%.  Anche  l'authority  guidata  da  Enzo  Cheli ha  accertato  l'esistenza  di  posizione  dominante  e  ha  chiesto  misure che riducessero il grado di concentrazione del mercato pubblicitario.
In spregio di questi pareri il Parlamento intende varare una legge che minaccia la libertà di stampa e attraverso la concentrazione della pubblicità mette a rischio decine di posti li lavoro.
Occorre poi osservare che il piano per il digitale terrestre presenta un effetto collaterale. Fra due anni sono prevedibili otto canali Rai, tre Mediaset, due La 7 e due "ballerini" nel senso che gli investimenti della Tv di stato permetteranno la trasmissione di altre due reti. La Gasparri  però prevede che queste ultime due vengano cedute anche se non sono chiari i parametri di vendita. In sostanza ci troveremo con 11 canali su 15 in mano al duopolio. Va rilevato che l'autorità antitrust ha aperto un'istruttoria sulla Rai per valutare la possibile posizione dominante sui mercati nazionali delle reti e delle infrastrutture per le trasmissioni del segnale televisivo terrestre.
Il passaggio forzato al digitale, previsto dalla nuova legge, dunque, non sembra risolvere i problemi di pluralismo presenti nell'industria dell'informazione. Anzi, rischia di aggravarli. La scelta del digitale terrestre - e soprattutto la tempistica - prevista dalla legge non rappresenta solo un'opzione tecnologico-culturale sulla modernizzazione del Paese, da accostare alle scelte dei governi francese e tedesco come ha spiegato il ministro delle Telecomunicazioni che ha dato il suo nome alla legge, ma una precisa condizione per salvare Rete4 ed evitare che diventi esecutiva la sentenza della Corte Costituzionale.
Lo  stesso  Cheli  si  è  fatto  di  recente  interprete  delle  remore  esistenti  sottolineando  la  "corsa contro il tempo" che sta caratterizzando la via italiana al digitale. Cheli ha sottolineato che l'arricchimento del pluralismo sarà reale a due condizioni:
a)  che nuovi operatori siano in grado di offrire programmi;
b)  che i programmi siano effettivamente accessibili a una larga fascia di utenti.
Entrambe  le  condizioni  non  sembrano  essere  garantite dal  nuovo  impianto  della  legge.  Il documento  con  il  quale  il  Quirinale  si  è  rifiutato  di  promulgare  in  dicembre  la  vecchia  legge   lo  ha  segnalato  esplicitamente,  chiedendo  che  venisse  indicato  il  termine della  fase  di attuazione e che l'authority venisse dotata di poteri sanzionatori.
Secondo gli esperti la velocità con la quale i consumatori italiani decideranno di cambiare il loro televisore o comprare il nuovo decoder è stimabile in otto-nove anni. Ma una scelta di questo tipo si giustifica solo con la voglia di guardare nuovi programmi, magari interattivi. La loro produzione però è quanto mai costosa: per un palinsesto che punti a realizzare il 2-3% di audience servono dai 150 ai 200 milioni di euro.
Un eventuale nuovo editore digitale dovrebbe mettere in conto dai 50 ai 100 milioni di euro di perdite l'anno da moltiplicare forse anche per un lustro. La tv digitale resterebbe quindi terreno di caccia dei due maggiori operatori, Rai e Mediaset. Esiste lo spazio per emittenti di nicchia - il
palinsesto di una tv musicale costa 20 milioni di euro circa - ma sarebbe altra cosa rispetto al rafforzamento del pluralismo informativo.


In base a queste considerazioni il Consiglio Direttivo dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti


RITIENE che il progetto di legge picconi pesantemente la libertà di stampa e nel lungo periodo faccia ridurre drasticamente i posti di lavoro nel settore dell'informazione. Molte aziende editoriali, asfissiate dalla mancanza di pubblicità, saranno costrette a chiudere.


INVITA la FNSI a prendere tutte le iniziative che riterrà necessarie perché la nuova legge, invece di favorire la concentrazione e il rafforzamento dei grandi gruppi televisivi, incoraggi il pluralismo e la molteplicità dei media. Nell’attuale stesura, infatti, la legge Gasparri, non solo è fortemente illiberale ma avrà anche effetti sociali negativi.


 


Approvato all’unanimità.


 

Milano, 24 febbraio 2004 




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