La valutazione viene da una sentenza di un giudice di Aosta, Eugenio Gramola, che ha condannato il giornalista Roberto Mancini per diffamazione in relazione ad alcuni ‘’post’’ pubblicati sul suo blog
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Il blog è uno spazio giornalistico e chi lo gestisce può essere equiparato al direttore di una pubblicazione giornalistica. La valutazione viene da una sentenza di un giudice di Aosta, Eugenio Gramola, che ha condannato il giornalista Roberto Mancini per diffamazione in relazione ad alcuni ‘’post’’ pubblicati sul suo blog Il generale Zhukov: il bolscevico stanco> .
La vicenda è stata segnalata da Carlo Felice Della Pasqua sul suo blog ‘’Reporters’’, su cui è possibile consultare l’ intera sentenza in pdf ( vedi qui ).
‘’Colui che gestisce il blog – afferma in particolare il giudice aostano - altro non è che il direttore responsabile dello stesso, pur se non viene formalizzata formalmente tale forma semantica per indicare la forma del gestore e proprietario di un sito internet’’.
‘’Al di là delle critiche che si possono fare e che sono state già fatte alla sentenza – rileva Carlo Felice Della Pasqua - credo si tratti comunque di un testo importante perché - a quanto ne so - si tratta della prima in Italia contro un blogger accusato di diffamazione a mezzo stampa (anzi, a mezzo blog)’’.
‘’Da notare – scrive ancora Della Pasqua - che a Mancini non sono state riconosciute le attenuanti generiche nonostante fosse incensurato (fatto non molto frequente, mi pare) e che gli è stata applicata la pena pecuniaria, e non quella detentiva, "tenuto conto del carattere satirico della pubblicazione e del fondo di verità in linea generale ravvisabile in quanto esposto" nel blog’’.
Identificativo: |
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SS20060608010BNV |
Data: |
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08-06-2006 |
Testata: |
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IL SOLE 24 ORE |
Riferimenti: |
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NOVA24 NORME E TECNOLOGIA |
NORME IN RETE MOVIMENTO DI PRESSIONE TRA I BLOG
Brevetti per il secondo Web
Vittoria (a metà) di Tom Raftery sull'uso dello slogan - E in Usa i blogger vengono dichiarati giornalisti a tutti gli effetti
Vito Lops
A citarlo sono in tanti. Di sicuro i 35 milioni di blogger che popolano la rete. E una grande fetta del miliardo di internettari sparsi per il mondo. Non tutti sanno però che lo slogan «Web 2.0», il simbolo della condivisione, della partecipazione e dell'interattività della seconda vita di Internet, è un marchio registrato. E che per poterlo utilizzare per eventi pubblici è necessario chiedere il permesso a chi ne ha acquisito, legalmente, i diritti.
È la storia di Tom Raftery, insignito come "Tech Blogger" dell'anno nella sua Irlanda e soprattutto fondatore di It@Cork, organizzazione no profit che promuove l'adozione dell'information technology tra le imprese operanti nell'omonima contea. Quando in febbraio Raftery ha avviato i preparativi per organizzare la «Web 2.0 Half Day Conference» non avrebbe mai immaginato che quella tavola rotonda tra "smanettoni del social networking" sarebbe uscita dai confini della sua isola per balzare, di blog in blog, fin sulle pagine del «New York Times». Il tutto alla velocità della Rete.
«Il 24 maggio ho ricevuto una lettera in cui mi si chiedeva di cambiare nome all'evento - racconta Raftery -. Sono rimasto allibito». A inviarla sono stati i legali della Cmp, società di marketing della United Business Media che con Tim O'Really, a capo dell'editore informatico O'Really Media, organizza dal 2004 un summit annuale intitolato «Web 2.0 Conference». La stessa società ha registrato il marchio negli Stati Uniti e lo scorso 21 marzo ha presentato domanda presso l'ufficio brevetti europeo. Qualcosa è però andato storto nei piani degli avvocati. A sole due ore dalla pubblicazione del primo post sul caso, sul blog di Raftery sono arrivati centinaia di messaggi di solidarietà. Una petizione virtuale che spontaneamente si è allargata a macchia di leopardo finendo anche su Boingboing.net, tra i più noti e apprezzati blog dell'ipertesto.
Il mugolio degli internauti non è risultato vano: dopo tre giorni Raftery ha ricevuto una comunicazione dalla Cmp che autorizza la It@Cork a tenere nella data prefissata dell'8 giugno la conferenza e in via occasionale a non cambiarne il titolo. Lo stesso Tim O'Really, pur difendendo le ragioni e la validità del marchio, si è scusato personalmente per l'accaduto con il blogger irlandese.
Anche se la storia ha avuto un lieto fine, ci si interroga ora su quale sia l'utilizzo possibile di «Web 2.0». Sbirciando tra i messaggi, i blogger si chiedono se «sia stata una vittoria di Pirro» e se il motto non sia comunque «finito nella scure del business». I dubbi svaniscono leggendo il documento del Patent Office del Regno Unito (dove la Cmp ha formalizzato la richiesta europea) da cui si apprende che il brevetto non si estende all'utilizzo generico del termine ma è limitato all'organizzazione di conferenze. O'Really, dalle pagine del suo blog, conferma: «Il brevetto è valido solo per gli eventi». Intanto, se negli Stati Uniti non è più possibile cambiare le regole, nella Ue chi non è d'accordo sull'acquisizione del brevetto sul termine «Web 2.0» può opporsi entro il 21 giugno, il giorno in cui scade il periodo di tre mesi che i soggetti terzi hanno a disposizione per porre eventuali obiezioni.
Tra diritto del web e attivismo dal basso, il successo di Raftery non è l'unico che si iscrive nel libro della blogosfera. La scorsa settimana la Apple ha perso una causa con i titolari di due diari elettronici (AppleInsider e PowerPage) che nel 2004 avevano pubblicato anticipazioni su Asteroid, un progetto in lavorazione nella "bottega" di Cupertino. Per il Tribunale di Santa Clara i due blogger non sono tenuti a rivelare la fonte delle loro notizie. Nei giardini della Silicon Valley si è parlato di sentenza rivoluzionaria perché equipara, di fatto, i siti americani a testate, i blogger a giornalisti, estendendo la tutela del segreto professionale a chiunque pubblichi in modo periodico e continuativo contenuti su Internet.
VITO LOPS
vito.lops@itnews.it