Eccoci all’appuntamento. Il contratto di lavoro non arriva, le elezioni per il sindacato invece sì, puntualissime. Tutti raccolgono firme, tutti assicurano il cambiamento.
La parola chiave di queste elezioni è, infatti, “cambiamento”. Lo assicurano anche coloro che avendo avuto la maggioranza della Fnsi per nove anni avrebbero potuto cambiare tutto.
Mi rivolgo in primis ai dirigenti di Stampa Democratica, componente nella quale mi riconosco da qualche decennio, ma anche a quelli di altre “correnti”. Personalmente, temo che il nostro sindacato sia percepito dalla categoria ormai come la “casta” politica: colleghi un po’ spocchiosi, se non arroganti, quando hanno un briciolo di incarico o di carica, affettuosi e amiconi nella questua del voto. E sempre pronti a promettere il cambiamento. Ma di che?
Che cosa ci porteranno le nuove elezioni? Si sa che nei vertici dei vari organismi di categoria le grandi manovre sono in corso da tempo: chi era di qua passerà di là, chi era sopra andrà sotto e chi era sotto andrà sopra. Come dicono a Napoli: “facimme ‘a mmuina”. Per non citare il solito Gattopardo. Ma, peggio ancora, sembrerà una foto di gruppo dei dirigenti sovietici di krusceviana memoria. Una oligarchia inamovibile, incapace di arrivare a un contratto, incapace di piegare gli editori, incapace di farsi ascoltare dai vari governi, incapace di garantire i giornalisti “garantiti” e peggio ancora precari e free lance.
A cosa serve votare per questo sindacato se è vero che tutti i “giochi” sono già fatti? A che cosa serve un sindacato sempre più autoreferenziale e del tutto incapace di risolvere i problemi?
Si è creato un baratro con le redazioni. I colleghi si stanno attrezzando a fare a meno del sindacato. Patteggiano contratti aziendali, patteggiano la multimedialità e non si curano dei “vertici” sindacali che a volte neanche informano o informano a cose fatte. Non c’è più un minimo di fiducia. Prevale l’egoismo delle redazioni più forti. Ma così si allontana sempre più la soluzione del contratto nazionale.
Tutto ciò passa sotto silenzio, è assolutamente ignorato da chi ha concordato da tempo presidenze, segreterie, commissioni e quant’altro.
Colleghi, per piacere, non fate come i politici che non si accorgono del malessere: voi dovreste avere, almeno intellettualmente, carte migliori delle loro.
Provate a fare un ragionamento che accomuni le varie componenti. Provate, voi dirigenti di Stampa Democratica, a trovare, a indicare una strada per le riforme. Il sindacato ha bisogno di riforme, così come il contratto. Ma a colpi di maggioranza e di minoranza, a colpi di occupazione di poltrone o strapuntini, non si va più da nessuna parte.
Il futuro della categoria chiede gente nuova, giovani colleghi credibili che abbiano il coraggio di cambiare veramente e non a fini elettorali, mandando a quel paese improbabili e anacronistiche (e spesso finte) dispute ideologiche.
Ditemi, diteci qual è la vostra proposta di cambiamento. Ma nessuno ripeta il ritornello che “se non ci voti vincono gli altri”. Che cosa vincono? Questa volta, credetemi, è forte il rischio che la sconfitta sia generale.
Milano, 20 settembre 2007