«Si crepa pezzo a pezzo», e pezzo a pezzo Giorgio Santerini snocciola la cronaca di una morte annunciata, attesa nel lenzuolo di un ospedale. Freddocuore è un lungo e viscerale monologo, dall'andamento anarrativo: l'allucinazione di un malato terminale che si dibatte tra ricordi infernali, un presente anestetizzato e un futuro incerto. L'io narrante è un «orrendo parlamentare in pensione», compiaciuto ma pentito delle proprie malefatte: «Ma io che ho fatto,/ Cristo, come ho fatto/ a restarci, a rimanere/ dentro questo partito».
I gironi di Santerini non hanno uscita, redenzione: l'anima dannata non può che avvitarsi su se stessa, vomitare parole, fuggire gli incubi, rincorrere brandelli di vita: «Io non esisto sono l'ignavo. Perché non mi fermo, non mi dimetto, bastano due righe. Due. Gli lascio la cassa che restano queste quattro lire, i conti sono tutti in rosso. Che si arrangino. Io scappo. Io fuggo. Io me ne vado. Via da questa Carbonia, via dalla Sardegna dall'Italia. Via. Ma invece resto fermo. Immobile. È una nevrosi parlare con questa boiserie». Così come la trama, anche il ritmo è anarchico, privo di climax: e la lettura sfida il lettore, accelera e si arresta, ora segue il vortice delle parole, ora si perde nel l'affastellarsi dei suoni, senza potersi mai identificare con il narratore.
«Io sto, sto per morire qui su questa poltrona, tutte le difese sono cadute, mi hanno lasciato, tornerò al San Camillo quando l'ambulanza entra in tutta quella polvere e poi, e poi ricomincia dopo tutte le fiale le gocce di valium e pisci sui giardinetti in quel soffocamento acuto del farmaco, lo sai non toglierà nulla di tutta l'angoscia infinita». L'inferno è freddo, diceva quel tale; qui l'autore indugia nelle atmosfere asettiche e sterili del reparto, dove i corpi sono «inconsapevoli della colpa e del male, avvinghiati ai farmaci risolutivi alle salse ai cachemire decisivi, infettati che la vita è questa niente altro, inconsapevoli di morire stretti nella chimica – che dimentica il dolore – gonfiati dalle punture separati per sempre dall'idea che è conclusa la vita, trascinati in questo eden virtuale della non percezione di soffrire, drogati marci ma silenti». Niente può consolare: non la «maledetta scienza puttana ti prende ti lascia ti salva ti abbandona in questa SALA», ma nemmeno la fede tardiva: «Sei tu che devi venire qui Gesù di Nazareth/ non ti aspettiamo non ti preghiamo non ti vogliamo/ non possiamo farlo/ non siamo in grado/ non abbiamo più la forza di pensare il mistero, sei così lontano Gesù di Nazareth troppo, sei troppo/ non sappiamo dirti niente/ non abbiamo le parole». L'unica, flebile, speranza è nella rappresentazione, nella recita, sotto le luci della ribalta, capaci di creare l'illusione della vita di là dalla malattia, e dalla morte: «Dannami l'anima teatro/ fai di me chi non sono stato/ costringimi a morire fra le battute sublimi/ donami l'attesa incerta del pubblico/ dio i loro applausi».
Giorgio Santerini, Freddocuore,
SE, Milano, pagg. 164, € 19,00